NUMERO: 1836311903 | Lug - Dic 2012
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Foce d'Arno. Ultima frontiera.

Ultima frontiera della nautica civile, penso, perché tutto questo sta per essere investito da una grandissima colata di cemento che la trasformerà in un parcheggio per barche di lusso. Intendiamoci, già adesso non è un bel vedere, pur tenendo presente che sul lato  nord della foce c’è il parco naturalistico di San Rossore. 

Un venerdì pomeriggio sono stato ospite del nostro Mario Volpini e di un Suo amico, persone squisite,  che mi hanno portato a spasso per la foce con il barchino di quest'ultimo, per permettemi di fare alcune foto, oltretutto con la fotocamera di Mario perché la mia era rimasta a casa. (Che figura!)

L’ambiente naturale è particolare e, nonostante l’abbondono e la cialtroneria di molti, ancora interessante e  apprezzabile. Cosa manca? Ci sono pochissime barche a vela rispetto alle altre.

Quello che si vede sulla riva è un volpino. No, Mario non c'entra.

Oltretutto, durante il pomeriggio, abbiamo visto muoversi solo due o tre di barche a vela, di cui una grande, attrezzata da vagabondaggio oceanico, probabilmente francese, che aveva l’aria di partire, per non ritornare più. Poi tre o quattro barchini aperti a motore. Tutto il resto fermo a marcire.

Ma davvero da noi c’è  solo la nautica prefabbricata, anche nel gusto, parcheggiata negli altrettanto prefabbricati marina alberghieri  a 10 stelle? Non c’è più   nessuno capace di armare e navigare anche solo per mezzo pomeriggio su un barchino a vela? Oppure di prendere un manufatto in vetroresina di trentanni, ormai  abbandanto e aggiustarlo fino a farlo ternare un vero yacht? E altrettanto nessuno con buona manualità capace di dedicarsi all’autocostruzione del  proprio piccolo veliero?

Eppure basta andare sull’arno a vedere il pivere "Merien" di Mario Volpini per rendersi conto che ci sono persone che hanno capito da tempo quello che può essere il futuro della piccola nautica a vela, sicuramente prima dell’industria e spesso anche prima dei progettisti più coraggiosi.

Le soluzioni di Mario sono veramente interessanti a cominciare dal prevedere un allungamento poppiero allo scopo di inserirvi un pozzetto stagno che faccia da alloggiamento al motore fuoribordo, )soluzione che sto trovando su tutte le barche carrellabili di progettazione nord americana dedicate agli autocostruttori),  alla randa avvolgibile ricavata dal meccanissmo di una serranda, all'armamento a cutter, il tutto facilmente amovibile e soprattutto concepito per permettere a una sola persona di gestire la velatura in qualunque situazione metereologica. Il tutto è ben visibile leggendo il Suo articolo su Naima. La cosa che stupisce maggiormente è la sua deriva mobile azionabile dalpozzetto tramite una manovella che aziona un albero di trasmissione ricavato da un fiat 131! un lavoro accurato e  bello esteticamente, specie per chi ammira la meccanica ben fatta. Non ancora contento del lavoro fatto, sta progettando di inserire a prua una specie di siluro, come quello che si vede sulle motonavi, che ha lo scopo di limitare il beccheggio. Beh, una cosa così l'ha fatta solo uno sperimentatore come l'architetto Lombardi che l'ha realizzata su un trimarano.

Al nostro Mario, oltre le sue capacità e la sua inventiva, va riconosciuto di aver capito con grande anticipo quale poteva essere la nuova via della nautica al di fuori degli schemi proposti dai mass- media; cioè qualcosa non legata obbligatoriamente a grandi capacità di spesa, ovvero il posto barca in marina costosi, e barche simil regata, del tutto inadatte a una piacevole crociera. Occorre riprendere gli schemi e le idee di Mauro Mancini e aggiornarle, utilizzando un barchino a deriva mobile, ben progettato e ottimamente costruito, pensato per chi intende usarlo, non per farlo vedere immobile a dondolare nel marina. Altrimenti subentra lo scoraggiamento dovuto alle continue e esorbitanti richieste di denaro dagli operatori che portano in breve tempo a mettere un cartello con scritto "vendesi" al nostro natante.

Una volta finita questa sperimentazione, il massimo sarebbe utilizzare questo piviere come modello per fare una imbarcazione ottimale per la vela carrellabile, riducendo il peso grazie all'utilizzo di nuovi materiali e portarlo sotto i 900 chilogrammi, che è un limite importante, che rende possibile il traino di una imbarcazione alle normali autovetture.

Si può fare !!    

(da -Frankestein junior- di Mel Brooks)

 

 



24/10/2009 Alfredo Vincenti
vinceland@virgilio.it


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