Il mio incontro con la vela e con il Piviere

 

Ho avuto la fortuna di andare in barca a vela da sempre, da quando negli anni sessanta mio padre, autodidatta, senza nessuna esperienza e dopo aver letto un paio di scarni manuali, decise di comprare una piccola deriva.

Era una bella deriva familiare con scafo in vetroresina, carena a spigolo e coperta in mogano. C'era la possibilità di montare un motore sullo specchio di poppa, e di inserire degli scalmi per alloggiare due remi: in questo modo diventava una comoda barca a remi o motore, secondo le necessità. Direi che, per le sue caratteristiche, era una specie di "Piviere-deriva".

Avevo due anni quando papà mi portò la prima volta in barca insieme con mio fratello, e sei quando facemmo il primo giro completamente soli, sotto lo sguardo vigile, dalla riva, di papà.

Un paio di volte mio padre si avventurò da solo con mare formato e vento forte, scuffiò e si fece trascinare a riva dalla corrente. La barca non era progettata per queste condizioni di mare e, una volta raddrizzata, si riempiva completamente d'acqua. Mi ricordo ancora quando Diego, il bagnino dello stabilimento dove passavamo l'estate, partiva dalla spiaggia con il suo pattino rosso a "salvare" mio padre mentre mia mamma seguiva con attenzione le operazioni dal bagnasciuga.

Avevamo anche un'ancorotto e, dopo aver veleggiato in tutte le direzioni, facevamo il bagno al largo in un mare pulito come non lo è più stato. Imparai a nuotare, a stare in acqua sempre dal lato sopravvento alla barca e a governarla in tutte le andature, dalla bolina alle "ali di gabbiano", a gareggiare con le altre derive di amici, qualche volta vincendo.

Così, anno dopo anno, passavo tutto il periodo estivo.

Ad un certo punto cambiammo la destinazione delle nostre vacanze. Vendemmo la nostra deriva e ne comprammo un'altra più facilmente trasportabile. Una barca molto più "tecnica", invelata, con trapezio, cinghie e spinnaker. Su di essa perfezionai la mia preparazione.

Tutto questo fu una vera scuola di vita. Sulla deriva ho imparato ad andare per mare a vela.

Questa "formazione" è un percorso che mi permetto di consigliare a chiunque voglia avvicinarsi alla vela. La deriva, infatti, offre un contatto immediato con vento e mare, reagendo istantaneamente alle nostre azioni di governo. Quando passai a barche più grandi cabinate non ebbi nessuna incertezza: ero in grado di capire istintivamente, grazie alla deriva, il vento e le andature.

Purtroppo crescendo, diminuiva il tempo libero da dedicare alla mia passione. Nel frattempo erano sopravvenuti studi più impegnativi, prima il Liceo e poi l'Università. Come sempre accade contemporaneamente aumentava la voglia di mare e di vela, ed allora cominciai a leggere libri e riviste di mare, pensando che questo potesse appagare la mia passione anche quando non era disponibile direttamente.

Fu una vera scoperta leggere i libri di Moittessier. L'idea che l'andare per mare con barche a vela più grandi fosse altrettanto facile ed istintivo che con una deriva mi stimolò a conoscere meglio questo mondo.

Il primissimo incontro con il Piviere fu quindi "cartaceo", sulle pagine di "Bolina", dove lessi le caratteristiche e la filosofia di semplicità e robustezza peculiari di questa barca. In realtà non mi rimase dentro altro che un "germe" di una passione che sarebbe maturata solo in seguito, dopo un percorso graduale.

Il secondo incontro fu, per così dire, "verbale"; capitò, infatti, discorrendo con un collega di lavoro, il quale, dopo aver frequentato un corso per patente mi raccontò in termini entusiastici di questa barca, con la quale aveva fatto la pratica. I suoi racconti erano assolutamente disinteressati e questo particolare m'incuriosì nuovamente.

Ad un certo punto pensai fosse arrivato il momento di fare anch'io un corso di patente nautica.

Le lezioni pratiche si tenevano a Fiumara Grande, presso un circolo sulle sponde del Tevere. Le prove in barca avvenivano su uno sloop di 11 metri.

Quando uscivamo dalla foce del Tevere vedevo sulla destra da lontano all'altezza del cantiere della CBS Nautica una serie di Pivieri ormeggiati in banchina e pensavo "...quelli sono i famosi Pivieri..". Quanto erano diversi da tutte le altre barche che affollavano le banchine!

Durante quelle giornate passate al corso, nelle pause e nei tempi morti, sbirciavo sulle bacheche alla ricerca di annunci di barche in vendita e presi contatto con il locale broker. Esaminai diverse occasioni dai famosi Comet alle Alpa...etc..

Un giorno camminando sulla banchina di uno dei circoli che stanno li' a Fiumara vidi in acqua un Piviere 660. Pensai subito "...però è bello!". Mi figurai come poteva essere all'interno come poteva tenere la bolina piuttosto che il lasco o la poppa, come potevo viverci insieme con la mia famigliola (nel frattempo erano arrivati nella nostra vitadue meravigliosi piccoli!!)

Mi dissi che dovevo assolutamente approfondire la conoscenza di questa barca e iniziai ad esaminare gli annunci commerciali su un noto giornale d'inserzioni. Comprai un blocco notes e appuntai telefoni, caratteristiche tecniche, equipaggiamenti e richieste nel tentativo di valutare in maniera omogenea le offerte.

Il primo Piviere che vidi fu proprio alla CBS Nautica di Fiumara, proprio dove il Piviere era nato.

Presi contatto l'armatore facendo finta di essere distrattamente interessato; in realtà provavo una certa timidezza. Chiesi di potere identificare la barca anche da solo, tanto ero insicuro, dicendo che occasionalmente passavo da quelle parti per lavoro.

Mi disse " guardi appena entra nel cantiere lo trova in secca in fondo sulla sinistra, si chiama...mi disse il nome della barca.

Il pomeriggio successivo, uscito appositamente presto dal lavoro, andai alla CBS e chiesi all'ingresso il permesso di poter entrare e di vedere la barca che era in vendita. Gentilmente mi indicarono la strada, conoscevano le intenzioni del proprietario.

Mi avviai e da lontano vidi un'immagine che mi colpì e mi provoco' una intensa emozione. Alato in secca in una zona verdeggiante e sostenuto da due bidoni di latta e da pochi altri puntelli, un Piviere 660 guardava con il suo musone dritto in faccia il Fiume.

Notai le sue rotondità, la sua prua voluminosa, il suo muso possente; la carena dipinta di rosso ormai sbiadito, l'opera morta mostrava ancora la vetroresina originale, in buone condizioni. La tuga era piatta ed una finestra bassa raccordava il muso possente con il pozzetto ed il resto della barca, conferendo un aspetto del tutto caratteristico alla barca. Scesi con lo sguardo e notai il bulbo, una pinna arrotondata, dolce.

Il tutto aveva l'aspetto di uno di quei pesci robusti, tipo cernia o che so io!

Nel complesso era semplice, elegante, robusta e trasmetteva un senso di solidità ed affidabilità. Pensai ad alcune frasi di Moittessier, quando afferma che le barche possiedono un'anima; sicuramente ne avevo di fronte una prova!

L'intera immagine sprigionava un forte contrasto: una barca così caratteristica, alata su due bidoni di latta! Tuttavia anche in secca quella barca trasmetteva una sensazione di sicurezza per chi vi si fosse trovato a bordo o all'interno della sua cabina, durante un ipotetico fortunale.

Presi una scala che era accostata ad una barca vicina e l'appoggiai al tipico bottazzo del Piviere. Non me la sentii di entrare nel pozzetto perché credevo che i bidoni non avrebbero tenuto il mio peso (cosa che in realtà feci in seguito), mi limitai a guardare dalla scala.

Incredibile! Il pozzetto sembrava quello di una barca grande, ben fatto, c'erano praticamente tutte le manovre che avevo imparato ad usare sulla barca con la quale avevo fatto pratica per la patente. Le manovre di un grande cabinato in un piccolo yatch: il trasto, il carrello della randa, i venti, il timone a barra, i verricelli per le scotte del genoa, i rinvii in pozzetto di tutte le manovre.

A prua si apriva una grande coperta piana dove poter manovrare in navigazione in tutta sicurezza o prendere il sole all'ancora.

Soluzioni da vero cabinato, da yatch di classe. Notai il gavone dell'ancora, le luci di via, l'insartiatura con sartie alte e basse, il carrello per il tangone dello spi, il vang, il caricabasso, insomma tutto!

Restai a lungo a contemplare il tutto, quando ad un certo punto realizzai che c'erano altre barche intorno di cui non avevo percepito inizialmente la presenza.

La luce diminuiva ed il buio avvolgeva ogni cosa, sembrava che volesse preparare le barche ad una notte di sonno.

Tornai all'interno del cantiere e chiesi altre informazioni sull'armatore. Mi dissero solo che voleva vendere la barca e nient'altro, che la barca negli ultimi anni era stata tenuta da loro e secondo loro era in buone condizioni.

Andai via. Qualche giorno dopo presi contatto con l'armatore e la domenca dopo fissammo un appuntamento per vederla anche internamente.

Tornai accompagnato da mio fratello: fu un errore che capii solo in seguito. E' molto utile essere accompagnato da qualcuno che ci aiuti e ci dia una mano nel valutare la barca che stiamo esaminando, a patto che questa persona condivida profondamene la stessa "visione" delle cose. Purtroppo non era il mio caso, e ne fui amareggiato.

L'armatore mi disse che la possedeva da circa un anno, che aveva fatto un "tentativo" cercando di far crescere la voglia di trascorrervi delle ore a bordo nella moglie e nella figlia, ma che desisteva dall'intento. Fui leggermente scoraggiato da questo, in fondo per gli stessi motivi cercavo una barca economica e valida sulla quale portare in tutta sicurezza la piccola famigliola!

Ma l'entusiasmo era troppo forte per rinunciare. Chiesi di entrare. All'interno gli spazi erano limitati ma dignitosi; gli allestimenti e le tappezzerie erano ancora quelli originali, un po' troppo "montanari" con tappezzeria del soffitto color carta da zucchero e cuscini a quadri scozzesi.

Era la prima volta che vedevo all'interno un Piviere 660. Mi sembrò che tutto fosse disposto secondo una logica rigorosa. Il tutto mi piacque molto

Se avessi avuto la possibilità avrei cercato di concludere la trattativa facendo una offerta. Dissi che ci dovevo pensare su, che volevo prendere tempo e soprattutto portarci la moglie e i figlioletti.

E cosi' feci. La domenica ancora seguente andammo con i nostri due bambini. Chiesi le chiavi della barca al cantiere e portai la famiglia sotto alla barca. Salimmo a turno. Per i nostri bambini lo spazio esiguo sembrava una reggia! Quello che per noi adulti era un piccolo cabinatino, per loro valeva quanto un quattordici metri!

Cercai conforto nello sguardo di mia moglie e capii da una strana luce nei suoi occhi che, in quel momento, le avevo trasmesso qualcosa: quella barca aveva colpito anche lei.

Non conclusi quella trattativa. In seguito vidi altre occasioni, tutti Pivieri 660, non presi altro in considerazione, quella barca ci aveva colpito profondamente.

Fui vicino a concludere con un altro armatore, per un altra barca. Sempre un Piviere 660, sempre alla CBS di Fiumara ma stavolta in acqua, ed il prezzo sembrava davvero convincente.

Anche in quell'occasione intervennero dei fattori esterni che ci impedirono di utilizzare i nostri risparmi per realizzare il nostro sogno, ma sapevo che stavo semplicemente rimandandone la realizzazione.

In seguito ho visto di persona altri Pivieri 660, in tutto cinque. Tra gli annunci ne ho selezionati altri sei ulteriori. In un caso sono stato ospitato per un giro di prova e ringrazio l'armatore per questo: mi ha dato la possibilità di verificarne il comportamento in mare, che è risultato all'altezzza delle mie aspettative.

Purtroppo non ho ancora realizzato il mio sogno; ancora (e spero per poco) non ce lo possiamo permettere.

In compenso sto cercando di raccogliere tutte le informazioni possibili, che mi potranno servire nel momento in cui compirò il grande passo. So che prima o poi avverrà ed allora sarò l'uomo piu' felice su questa terra, anzi su questo mare!

B.V.

L.P.